Emozioni, Film, Rubriche

Nascere per combattere, crescere sapendo soffrire

 

Cosa differenzia un campione da una leggenda? Di certo un campione lo si riconosce facilmente: nella sua sicurezza, nella sua bravura anche nel nascondere la preoccupazione, nella sua costanza e probabilmente in molte altre cose, quando però si assiste anche a un tipo di tenacia e resistenza rara negli esseri umani, lì si è in presenza di una leggenda. Questo è il caso del personaggio cinematografico Adonis Creed, figlio di un pugile il cui nome in un modo o nell’altro, grazie alla saga “Rocky”, è arrivato alle nostre orecchie: il grande Apollo Creed.foto edoardo

Come gli intenditori (ma anche molti inesperti) sapranno, Apollo combatté sul ring fino alla sua morte, avvenuta per mano del pugile sovietico Ivan Drago, non avendo la possibilità di conoscere suo figlio, il testardo Adonis, che purtroppo passò gran parte della sua infanzia in riformatorio, in una convivenza con altri ragazzini spesso macchiata da pericolosi litigi. É proprio da questo punto della storia che inizia il film “Creed-Nato per combattere”, uno dei film sul pugilato più coinvolgenti e significativi della storia, seguito da un secondo capitolo uscito nelle sale italiane nel Gennaio 2019.

Per quanto l’infanzia di Adonis non sia stata facile, non c’è davvero nulla da togliere alle difficoltà che ha dovuto affrontare negli anni che lo hanno visto come stella nascente del pugilato mondiale. Iniziando a farsi conoscere con il cognome di Johnson, appartenente a sua madre, incontro dopo incontro molti cominciarono a parlare delle sue abilità, non sapendo però che dietro a quei pugni, si celava un nome che avrebbe fatto parlare molto, anche troppo. Dopo una gavetta senz’altro promiscua in fatto economico, Donnie ebbe l’idea di andare dal mitico Rocky, collega e avversario del padre in certe occasioni, per farsi allenare e accrescere conoscenze e abilità.

Dopo un po’ la svolta, il primo incontro col cognome di Creed e allo stesso tempo la prima vittoria con Rocky come coach, la conoscenza di una ragazza con una carriera anche lei da far svoltare, una marea di critiche e molta pressione a cui dover resistere, insomma, una vita che non lo avrebbe fatto annoiare. Per niente noioso è, infatti, il film, che ci presenta delle scene sempre cariche di emozioni, e degli incontri che riescono a trasmettere una tensione quasi palpabile, che trasportano ad un tifo sentito, come se la nostra squadra del cuore giocasse la finale di Champions, per intenderci.

A dir poco ammirevole è la forza e la tenacia con cui il protagonista si rialza nei momenti più critici, quando finisce a terra come ogni campione, e si rialza come una leggenda, semplicemente perché, per certe cose, ci si nasce.

Ogni merito va alla bravura di registi piuttosto giovani come Ryan Coogler (nel primo capitolo) e Steven Caple Jr. (nel sequel), e al talento di attori come Michael B. Jordan, Tessa Thompson e il veterano Sylvester Stallone, capaci di creare un’atmosfera degna di un vero film.

Ciò che i film vogliono far trasparire è anche come il saper soffrire porti ad una vittoria finale, perché chi scende sul ring con l’odio dentro non può che perdere, mentre chi riesce a sfogare una rabbia e una grinta agonistiche, alla fine dei conti, avrà la meglio.

“Non si tratta di quanto colpisci forte, ma di quanto forte ti colpiscono, e di come continui ad avanzare”.

Edoardo  Pipitone,  IV F

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